“OTTENUTO UN PRIMO PICCOLO RISULTATO AFFINCHÉ SI POSSA GARANTIRE LA SICUREZZA NEI CONFRONTI DEI CITTADINI”

“OTTENUTO UN PRIMO PICCOLO RISULTATO AFFINCHÉ SI POSSA GARANTIRE LA SICUREZZA NEI CONFRONTI DEI CITTADINI”

Un primo risultato a tutela dei cittadini si è finalmente raggiunto, ribadisco, ben venga tutto il turismo possibile nei nostri territori, ma come ho avuto modo di ribadire in più di un un’occasione, va garantita la sicurezza!

Tratto stradale: dopo un anno di inosservanza dell’ordinanza in vigore (n.134 del nov. 2018) e dopo che migliaia di persone vi hanno transitato inconsapevoli di violare un provvedimento ufficiale con tutti i rischi che potevano conseguire, questa mattina sull’albo pretorio del comune di Subiaco è stata pubblicata la “modifica” della suddetta

ordinanza che di fatto limita il raggio d’azione di divieto, nel tratto interessato della frana e nella zona adiacente la caduta dei massi.

Ponte laghetto San Benedetto: Modifica anche qui dell’ordinanza, possono accedervi

n.60 persone e non più di n.2 alla volta.

Domenica ci sarà un afflusso pari a quello a cui abbiamo assistito domenica scorsa, mi auspico che sapremo farci trovare pronti garantendo sicurezza, viabilità e servizi!

Premio Peppino Impastato per Marina Paterna

Vince il Concorso Nazionale Letterario “Artisti” per Peppino Impastato Marina Paterna, autrice del libro IO SONO VIVO! HO SCONFITTO la mafia. Scritto in memoria del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di Giustizia Santino Di Matteo.

Marina Paterna non ha mai smesso di seguire, credere e scrivere di casi difficili, di fatti di cronaca e storie vere. Un riconoscimento importante per la regista emergente.

Da oggi il libro è in vendita in tutte le boutique #igvgrandiviaggi.

Burnout di Marina Paterna ( pillole)

È un racconto scritto per tenere in allerta tutti, consapevoli e inconsapevoli vittime della sindrome. Non è un manuale ma un atto d’amore nei confronti di chi, non compreso, soffre la propria solitudine e la sua personale condizione di disagio profondo. Burnout è anche un insieme di dati numerici significativi.

Burnout di Marina Paterna ( pillole)

BURNOUT è il nome della mio nuovo romanzo in uscita. È la storia di una giornalista che, reclutata da uno psichiatra, entra nelle carceri per indagare sui casi di suicidio nel corpo di Polizia Penitenziaria. Istruita a dovere, la donna da complice consapevole diventa inconsapevolmente cavia di sperimentazione. Un sindacalista, a conoscenza dei fatti, scompare misteriosamente. Le è vietato ogni contatto con l’esterno e, rimasta sola, si rende conto della realtà celatale. Intrappolata, ormai, nel suo Burnout, la domanda è: “Riuscirà ad attraversarlo, restando indenne e potere aiutare così l’intero corpo di Polizia Penitenziaria? Ma soprattutto, come?” Un libro scritto per diventare un film.

Ho sconfitto la Mafia Io sono Vivo

  A 25 anni

 

Dal giorno del sequestro del piccolo Di Matteo 

 

23 Novembre 2018 ore 18:00 

Cinema Politeama Multisala di Palermo

 

 

HO SCONFITTO la mafia. IO SONO VIVO!

 

Un libro di  

Marina Paterna

 

Prefazione di Giommaria Monti Autore Antimafia Rai

 

 

L’autrice presenta alla sua città il racconto intenso dei 779 giorni di prigionia. Scritto con la partecipazione del padre di Giuseppe, Santino Di Matteo. 

Uno dei primi Collaboratori di Giustizia dello Stato. 

 

Dal pentimento, al sequestro. Da un covo all’altro, allo scioglimento nell’acido. Sino al racconto del travaglio vissuto da un giornalista, nel riportare alla luce gli orrori di un passato incancellabile. 

 

Dedicato al Giornalista Marco Sacchi 

e all’intero Ordine dei Giornalisti.

 

 

 

Il libro liberamente ispirato alla storia di Giuseppe Di Matteo, figlio           di Santino ex mafioso e collaboratore di giustizia. Giuseppe fu rapito          il 23 novembre 1993 su ordine di Giovanni Brusca, con l’intento                 di tappare la bocca al padre, che aveva iniziato a collaborare.

Il bambino fu spostato da un covo all’altro per mezza Sicilia, ma è nell’ultimo bunker che rimase per 180 lunghissimi giorni, prima di essere strangolato e dissolto nell’acido.

Il racconto è come un puzzle, composto da momenti freddi e agghiaccianti come i numeri che l’autrice definisce i numeri del disonore:

93 l’anno di cattura

12 i suoi anni

23 il giorno del sequestro

779 i giorni di prigionia

11 il giorno dello scioglimento nell’acido

96 la fine dell’agonia

L’autrice Marina Paterna, subito dopo l’uccisione del Generale Dalla Chiesa si trasferisce con la famiglia a Palermo. Città in cui incontrerà, nell’ufficio del padre, presso la Procura Generale di Palermo due figure di riferimento fondamentali per la sua crescita morale: Falcone e Borsellino

Decide nel suo libro “HO SCONFITTO la mafia. IO SONO VIVO!” di raccontare un fatto di cronaca tra romanzo ed autobiografia, andando alla ricerca del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, che per la prima volta si presenta come padre a volto scoperto.

Il libro è un romanzo corale, dove a narrare non è mai una sola voce ma una coscienza universale.

Dedicato a tutti quegli uomini di penna uccisi, morti ammazzati per aver onorato e perseguito i valori di verità e giustizia.

Al giornalista Marco Sacchi, amico di famiglia scomparso prematuramente, primo fotoreporter della strage di Capaci e collaboratore alla sceneggiatura del film tratto dal romanzo.

Marina lascia ai suoi lettori un desiderio da realizzare: “Cancellatela questa macchia sulla Sicilia. Lustratela e prendetevene cura. È Casa Vostra.”

Ho fatto a pezzi Pamela

Quanto ci è voluto per farlo ammettere, e pensare che c’era chi lo ritenesse innocente .

La prima svolta, che può dare alle indagini un nuovo impulso e far sì che gli inquirenti si concentrino su nuovi elementi, è arrivata da parte di Innocent Oseghale, interrogato per l’ennesima volta e, ad oggi, ancora detenuto nella Casa circondariale di Marino del Tronto, in provincia di Ancona. Il nigeriano, infatti, parlando con gli inquirenti ha ammesso di non aver aver violentato la giovane e di non averla uccisa. Pamela – secondo quanto si apprende dal racconto dell’accusato, riportato dal suo avvocato, Simone Matraxia – avrebbe avuto un rapporto consenziente con lui, poi avrebbe acquistato dell’eroina e, dopo essersi iniettata una dose, si sarebbe sentita male.

A questo punto, Oseghale confessa di essere il responsabile del sezionamento del corpo della giovane, abbandonandolo per strada il giorno successivo.

L’interrogatorio

Assistito dai suoi due avvocati, Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, Innocent Oseghale, accusato di omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere, ha raccontato al magistrato della Procura di Macerata, Giovanni Giorgio, che Pamela Mastropietro, dopo un rapporto intimo, avvenuto con la sua complicità nel sottopasso dei giardini Diaz, avrebbe – dopo aver chiesto il suo aiuto – acquistato della droga da Lucky Desmond. Quando sono rincasati nell’appartamento del nigeriano, la giovane si sarebbe iniettata una dose di eroina, dopodiché avrebbe avuto un malore. Nel frattempo, Oseghale ha telefonato un suo amico, Anthony, chiedendogli aiuto.

L’uomo, allora, gli avrebbe consigliato di gettarle dell’acqua fredda sul corpo prima e di chiamare l’ambulanza poi. Ma il panico ha preso il sopravvento, dal momento che Pamela non rispondeva più alle sue domande, né agli stimoli.

‘Ho sezionato il corpo perché non entrava in un borsone’

Proseguendo il suo interrogatorio in lingua inglese e coadiuvato da un interprete, Oseghale racconta che sua intenzione fosse quella di disfarsi del corpo della 18enne cercando di infilarlo in un borsone acquistato appositamente in un negozio in via Spalato, nelle immediate vicinanze della sua abitazione. Il trolley, però, era troppo piccolo ed è stato allora che, armatosi di due coltelli di diverse dimensioni, l’uno grande l’altro piccolo, ha proceduto con lo smembramento del cadavere nella più totale solitudine.

“JOMO” andiamo in vacanza dai social

Lo smartphone è diventato un oggetto indispensabile per tutto anche per i più piccoli.

Automobilisti fermi al semaforo con il telefono in mano, vacanzieri sdraiati in spiaggia che controllano postano e chattano.

Passiamo le ore della giornata è della sera inchiodati ad uno schermo ad aspettare le notifiche.

Troviamo anche chi sia convinto di aver trovato l’anima gemella dietro ad un social o peggio chi una notifica vale come un mi piaci tu.

Ma veramente abbiamo perso il senso della vita?dei valori? Siamo così piccoli da credere che amicizie ed amori siamo dietro ad una rete .

O «JOMO», Joy of missing out: la «gioia di perdersi qualcosa» come l’hanno ribattezzata a Google.

Stiamo tutto il giorno collegati chi per lavoro, chi per noia, chi per evadere un po’.

Dopo anni di abbuffate digitali e ubriacature da social network il mantra dell’estate è riequilibrare la dieta online. Connettersi meno e connettersi meglio. Staccare da internet — e non solo da mail e telefonate di lavoro — è parte integrante della vacanza per la maggior parte delle persone. E infatti il 56% degli europei in ferie vuole collegarsi meno ai social generalisti e il 54% diminuire anche la frequenza con cui condivide foto (contro rispettivamente il 41% e il 38% degli statunitensi, come risulta da una ricerca di Ipsos per Europe Assistance).

Per ripartire e conoscere la rete e i social ci vuole una bella disintossicazione, godiamoci la natura, il mare , gli amici, la famiglia.

E impariamo ad usare e valutare i social l’utilizzo la verità è dentro di noi no dentro uno Smartphone o foto profili.

Abuso psicologico nelle coppie

Il compagno di vita non è il nostro psicologo , non è il nostro svuotare negatività non è appoggiarsi a lui per dimenticare il passato. Il passato va curato altrimenti le relazioni saranno malate.

Nel corso degli anni, nell’ambito della ricerca sulla violenza tra partner sono state identificate tre macro-categorie di violenza: fisica, sessuale e psicologica. Mentre sono state condotte svariate ricerche sul tema della violenza fisica e sessuale, l’abuso psicologico è divenuto oggetto di ricerca scientifica solo recentemente. L’importanza di tali ricerche risiede non solo nella crescente diffusione del fenomeno, ma anche alla sua associazione con la violenza fisica e sessuale.

La maggior attenzione posta alla ricerca sulla violenza fisica può essere spiegata con la difficoltà nella identificazione e definizione dell’abuso psicologico tra partner. Un elemento di problematicità è rappresentato dalla relatività storico-culturale in base alla quale ciò che può essere definito come psicologicamente abusivo varia da un’epoca all’altra e da una cultura all’altra. Ancora, a differenza dalla violenza fisica, l’abuso psicologico non comprende solo atti immediatamente riconoscibili ed evidenti ma anche comportamenti più subdoli, come l’indifferenza verso le emozioni dell’altro, difficili da rilevare e che non necessariamente si manifestano attraverso l’espressione di un conflitto manifesto. Il conflitto, infatti, può essere visto come una forma di confronto e di scambio, poiché implica l’esistenza di due punti di vista diversi; al contrario, la violenza psicologica spesso si basa sul disconoscimento dell’altro e della sua realtà, impedendo una possibilità di dialogo e quindi anche di espressione del conflitto.

Nonostante la variabilità storico-culturale e la complessità fenomenologica che la caratterizza, vi è un generale accordo in letteratura nel considerare psicologicamente abusivi quei comportamenti, reiterati e sistematici, che ledono l’autostima, il senso di sicurezza e dell’identità del partner, come ad esempio mettere in atto comportamenti volti ad isolare ed a controllare il partner limitandone le attività e i contatti sociali, umiliarlo, punirlo facendolo sentire in colpa e mantenendone la paura e la sottomissione con minacce ed aggressioni verbali.

Le relazioni di coppia violente, a livello comportamentale, sono basate sulla tendenza a limitare la libertà personale, isolare la vittima e alimentarne la dipendenza; a livello emotivo, prevale il mantenimento della paura attraverso le minacce, le intimidazioni e il ricatto; sul piano cognitivo, i comportamenti denigratori e di ridicolizzazione colpiscono direttamente il senso di sé, danneggiano l’autostima e pongono la vittima in una situazione di incertezza e confusione. Anche il linguaggio e la comunicazione, contraddittoria e paradossale, hanno un ruolo importante nel mantenere l’incapacità di pensare, agire e opporsi.

Forse perché l’amore viene riconosciuto poco , forse perché crediamo che sia amore quel qualcosa che arde che si chiama eccitazione e che con il terminare diventa possessione.

Saper distinguere chi ama noi e non le nostre posizioni, saper distinguere le persone fragili che si appoggiano su noi, quello non è amore è trovare qualcuno a cui svuotar i nostri pensieri le nostre negatività.

Ai primi segnali scappiamo perché l’amore è altro.

Se ti porta in vacanza le botte valgono meno

Questa è la storia di una donna che credendo di essere amata è rimasta a farsi insultare e picchiare .

Ha deciso di scrivere alle istituzioni e raccontare la sua storia.

La storia di Grazia Biondi è una storia di violenza sulle donne. Di botte, umiliazioni e aggressioni violentissime. Nove anni di vessazioni, iniziate nel 2002 e finite nel 2011, quando questa donna salernitana trovò la forza di denunciare l’ex marito, il carnefice che la picchiava, la insultava chiamandola «puttana», e ha persino tentato di strangolarla.

«Inizialmente pensi che accettare tutto sia la soluzione migliore per superare i problemi e le ingiustizie, praticamente un adattarsi per non soccombere. Pensi che possa essere la soluzione giusta per sopravvivere ad un’esistenza ingiusta che premia i disonesti e i malvagi, ma poi ho capito che se ti abitui ad un’ingiustizia diventi ingiusto anche tu. Ed io non ci sto», aveva raccontato al quotidiano La Città di Salerno.

PENA RIDOTTA DA TRE ANNI A 10 MESI

Per sette anni Grazia Biondi ha lottato contro la prescrizione per far sì che nei confronti dell’ex marito si arrivasse almeno a una condanna in primo grado. Ma quando di quella sentenza – arrivata al termine di un processo lungo e difficile, iniziato dopo due anni di rinvii – ha letto le motivazioni, che argomentano una pena di soli 10 mesi rispetto ai tre anni chiesti dal pubblico ministero, non poteva crederci. «È incensurato, le condotte appaiono causate anche da una forte incompatibilità caratteriale con la parte offesa che ha finito per scatenare l’indole violenta comunque latente nell’imputato, e il tenore di vita che i testi della difesa hanno delineato (viaggi, crociere e vacanze), le continue riconciliazioni tra i due (di cui ha dato atto anche la signora Biondi) hanno tuttavia reso la condizione di afflizione della parte offesa meno drammatica», si legge.

SE TI PICCHIA MA TI PORTA IN CROCIERA NON È POI COSÌ GRAVE

Motivazioni che fanno gelare il sangue. Il primo inquietante messaggio che trapela è che, ancora una volta, la colpa è della vittima che scatena la violenza del carnefice. Il secondo è quello che considera un’attenuante il tenore di vita di una donna picchiata e maltrattata. Tuo marito ti mena e ha cercato di strangolarti? Sì, però almeno fai la bella vita e puoi permetterti di andare in vacanza.

Questa è una sentenza che lascia senza parole e con tanta rabbia, come si può ridurre la pena a una persona che ti per 9 lunghi anni ti umilia ti toglie ogni dignità di essere donna. Forse perché le donne si chiudono in se stesse ed accettano qualsiasi maltrattamento per non passare loro come la pietra dello scandalo , come carnefice.

Purtroppo le persone vanno curate in tempo , e dobbiamo vedere la realtà non possono regali e viaggi far parte dei sentimenti non possono pulire le coscienze del uomo e appagare la donna.

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