11 settembre ore 8.45 il giorno che sconvolse il mondo

11 settembre ore 8.45 il giorno che sconvolse il mondo

Sono passati 17 lunghi anni , da quel giorno 11 settembre ore 8.45 , vengono dirottati aerei sulle Torri gemelle . Il mondo non sarà più lo stesso.

A New York si cammina sempre con il naso rivolto in sù, e così anche quando si giunge nell’area dell’ex World Trade Center, viene subito spontaneo alzare gli occhi per cercare di colmare quel vuoto enorme che si spalanca alla vista. L’aria tagliente e affilata attraversa uno spazio immenso dove le Reflecting Pools, ricavate da quelle che una volta erano le fondamenta delle Twin Towers, ricalcano i confini di ciò che è stato lì strutturalmente, ma che spiritualmente invece è ancora molto presente.

I 2983 nomi delle vittime sono disposti su 76 placche di bronzo che formano i bordi delle vasche del Memoriale. La loro disposizione non è casuale ma basata sull’utilizzo di un algoritmo che definisce le relazioni sociali, professionali ricostruite attraverso testimonianze di parenti e amici antecedenti l’attacco terroristico. I nomi delle persone perite nella Torre Nord (WTC1) sono uniti ai nomi dei passeggeri e all’equipaggio del volo American Airlines 11 che colpì la Torre Nord e sono disposte attorno al perimetro della North Pool, mentre coloro che perirono nella Torre Sud (WTC2) ed i passeggeri e l’equipaggio del volo United Airlines 175 che colpì la Torre Sud sono disposti al perimetro South Pool. Un cartello invita i visitatori a toccare i nomi incisi sui pannelli disposti intorno alle piscine; scorrendo con i polpastrelli le lettere scolpite in rilievo più che mai si avverte la loro assenza. Questa è la particolarità di questo memoriale, qui sono i sensi ad essere per primi coinvolti e trascinati nel ricordo di una delle più brutali tragedie che l’umanità ricordi. Imprimere i nomi lungo tutto il perimetro delle vasche è imprimerli nel ricordo del mondo intero.

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Protezione per le donne che denunciano

Nel periodo dal 1 agosto 2017 al 31 luglio 2018, se gli omicidi diminuiscono (da 371 a 319, il 16,3% in meno), le donne sono state vittime del 37,6% degli 319 omicidi volontari e, in particolare, del 68,7% dei 134 omicidi maturati in ambito familiare/affettivo. Ad “armarsi” nell’89,6% dei casi é il partner, l’ex partner (l’85,7%) o un altro familiare (58,6%). E troppo spesso il grido di aiuto delle vittime resta inascoltato e finisce con un grande silenzio.

Ci vorrebbe un vaccino, contro i femminicidi. Ma culturale. E l’unico vaccino che abbiamo è l’educazione sentimentale. Che molti uomini non conoscono. Anche quelli che le donne non le uccidono. L’uomo non conosce il «no», non tollera il rifiuto, non conosce l’indipendenza, teme di più la solitudine. Non sa camminare sul bordo vertiginoso della libertà e del rispetto. Confonde il sentimento con il possesso. Cosa che fa anche la donna. Ma di «maschicidi» non ce n’è quasi nemmeno uno. Le donne, come molti uomini, stalkerizzano, allineano nelle loro fragilità le stesse forme di persecuzione e perfidia dell’uomo. Ma di fronte alla violenza si fermano. Non ce l’hanno dentro, non è nel loro dna. Sanno ricominciare, le donne. Sempre o quasi sempre. E se non ci riescono fanno male solo a se stesse. L’uomo no. E’ antropologicamente violento, ha radicato il senso del potere (diverso da quello femminile), è la fragilità elevata a livore e vendetta. Non sa lasciare il campo. Trascina con sé la donna che dice di amare del suo «amore» malato. La uccide, qualche volta si uccide. E se resta vivo balbetta anche nel chiedere scusa. Senza avere ancora capito.

L’educazione sentimentale

L’educazione sentimentale. Sempre più uomini per fortuna ce l’hanno, la coltivano. Il genere non va demonizzato, ma il problema resta. Un problema culturale. Che parte dalla famiglia e dalla scuola. I genitori sono la prima «agenzia formativa». La loro storia affettiva è il libro di testo, sempre lo sappiano scrivere. Il loro linguaggio, i loro gesti quotidiani, il loro modo di amarsi. E soprattutto, quando accade, quello di lasciarsi. Una separazione può essere un grande, seppur doloroso, atto di civiltà per chi la chiede o la subisce ma soprattutto per i figli che a tutto questo assistono. Nessuno nasce «saputo» in amore, la formula non è in vendita. Certo l’ignoranza è contro l’amore, come spesso lo sono i soldi, le scorciatoie emotive, la mala educazione. Ancor prima di quella sentimentale. Che andrebbe per questo insegnata anche a scuola. Insieme a quella civica. Educazione civico-sentimentale. Ce n’è bisogno. Soprattutto per i giovani. Lo si può fare insegnando letteratura, scienza, filosofia, arte.bisogna cambiare gli uomini. A cominciare, appunto, da chi meglio può imparare. Gli uomini di domani.

Voi siete davvero felici o volete apparire felici

Voler dimostrare a tutti i costi la propria felicità agli altri non è sano

Vi siete mai fermati a pensare: “a cosa serve pubblicare questa foto su Facebook?” Probabilmente no, perché ormai è un meccanismo quasi automatico. In realtà, non si ottiene nulla dal postare su Facebook foto o frasi sulla propria felicità: è un meccanismo poco sano che quasi “impone” la nostra felicità sugli altri. Ma è comprensibile, in un mondo che ci chiede sempre di più di apparire, anche la nostra felicità ha diritto di farsi vedere sui social. O forse no…

E voi, siete una coppia social che condivide ogni momento di vita quotidiana su Facebook? Beh, potreste non essere poi così felici… Pensiamoci bene: vedrete che tutto acquisterà senso in questa prospettiva. Le persone felici non hanno bisogno di spostare l’attenzione dalla loro vita reale a quella virtuale, proprio perché la realtà che stanno vivendo è molto più appagante dei social. Avete mai fatto caso che quando state bene con qualcuno, il cellulare viene dimenticato sul fondo della borsa? Le coppie felici, infatti, non condividono quasi nulla della loro vita sui social: un banalissimo like dagli “amici” di Facebook vale ben poco rispetto alla compagnia della persona che si ama.

Continuiamo a bere del pessimo vino preoccupati che i calici siano di cristallo”.

Questa frase di Mirco Stefanon fa riflettere su quanto l’apparire, in questo momento storico, abbia una valenza di gran lunga maggiore rispetto all’essere.

In questo, la nostra società basata sull’immagine sicuramente non aiuta, proponendo una cultura fatta di icone generate dal mondo della moda, dello sport, dello spettacolo e della televisione che si mostrano sempre al meglio nelle loro ville lussuose o a bordo di yacht costosissimi mentre sfoggiano facce sempre sorridenti come se per loro la vita fosse ogni giorno una festa. Ma la loro vita è davvero così perfetta come sembra?

Allarme Bullismo

I dati che ci arrivano dall’Unicef sono allarmanti, i nostri figli sono vittime di bullismo ogni giorno, dentro e fuori scuola , a volte nel silenzio della solitudine della loro età, senza un confronto senza chiedere aiuto.

Soli senza che genitori ed insegnanti si accorgano che qualcosa non va e magari il loro mutismo è confuso per ragazzo asociale.

Riportiamo i dati di ansa:

Metà degli studenti fra i 13 e i 15 anni nel mondo – circa 150 milioni – hanno riferito di aver subito violenza da parte dei loro coetanei a scuola e fuori”. E’ quanto attesta un nuovo rapporto lanciato oggi dall’Unicef.

Secondo lo studio ‘An Everyday Lesson: #ENDviolence in Schools’ la violenza tra coetanei – misurata come il numero di bambini che hanno riferito di essere stati vittime di bullismo nell’ultimo mese o che sono stati coinvolti in scontri fisici nell’ultimo anno – “è una componente diffusa dell’istruzione dei giovani nel mondo. Ha un impatto sull’apprendimento degli studenti e sul loro benessere sia nei paesi poveri sia ricchi”.

Il rapporto, come spiega una nota, sottolinea diversi modi in cui gli studenti subiscono violenza in classe e fuori. “Secondo gli ultimi dati dell’Unicef, a livello globale, poco più di 1 studente su 3 fra 13 e 15 anni è vittima di bullismo e circa la stessa percentuale è coinvolta in scontri fisici; 3 studenti su 10 in 39 paesi industrializzati ammettono di esercitare bullismo sui loro coetanei. Nel 2017 – scrive poi l’Unicef -, sono stati registrati 396 attacchi documentati o verificati sulle scuole nella Repubblica Democratica del Congo, 26 sulle scuole in Sud Sudan, 67 attacchi in Siria e 20 attacchi in Yemen. Circa 720 milioni di bambini in età scolastica vivono in paesi in cui le punizioni fisiche a scuola non sono completamente proibite”.

“Le ragazze e i ragazzi sono egualmente esposti al rischio di bullismo, ma le ragazze hanno maggiori probabilità di essere vittime di forme psicologiche di bullismo e i ragazzi incorrono in un rischio maggiore di violenze fisiche e minacce. In Italia, il 37% degli studenti fra i 13 e i 15 anni hanno riferito di essere stati vittime di bullismo a scuola almeno una volta negli ultimi due mesi e/o di essere stati coinvolti in scontri fisici almeno una volta nei 12 mesi passati”,

Telecamere in asili e ospizi arriva la legge

Va avanti il progetto scuole sicure e ospizi , a tutela dei più deboli sarà inserita la video sorveglianza ne avevamo già parlato mesi fa , ma ormai sembra che la legge sia prossima.

Telecamere negli asili nido e negli ospizi. Il Viminale porta avanti il suo progetto sicurezza a tutto campo, e dopo l’avvio della sperimentazione dei taser e la direttiva scuole sicure, “è al lavoro per prevedere la videosorveglianza negli asili nido, così come nelle strutture socio-assistenziali che ospitano anziani e disabili”. Ad annunciarlo sono i sottosegretari Stefano Candiani e Nicola Molteni: “Il progetto – aggiungono – è una storica battaglia della Lega. L’obiettivo, come già stiamo facendo in altri campi come l’immigrazione, è passare dalle parole ai fatti”.il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha presentato al Viminale il progetto “Scuole sicure“, che riguarderà per adesso, le quindici principali città italiane. La nuova direttiva contiene “indirizzi in materia di attività di prevenzione e contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti” tra i più giovani. E prevede due milioni e mezzo per prevenzione, controllo, videosorveglianza degli istituti scolastici, con tanto di Daspo. “Il ministero ha investito 2 milioni e mezzo di euro per la video sorveglianza” e per una maggiore presenza di forze dell’ordine fuori dalle scuole.

Affidamento dei figli

Le domande che vengono spesso fatte riguardano l’affidamento dei figli la paura di perderli .

Perché sono la cosa più bella e di valore che una coppia ha costruito insieme .

Tuteliamolo sempre

L’affidamento dei figli in caso di divorzio è disciplinato dalla Legge 54/2006, nella quale viene stabilito che anche dopo la fine del matrimonio il minore ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ognuno dei genitori.

È il giudice – una volta emessa la sentenza di divorzio – a decidere se affidare il minore alla madre o al padre. La regola generale vuole però che il giudice dia la priorità all’affidamento condiviso valutando se esistono i presupposti affinché i figli vengano affidati ad entrambi i genitori, nel rispetto di quanto previsto dalla suddetta Legge 54/2006.

Qualora il giudice incaricato rilevi l’impossibilità di procedere con l’affidamento condiviso, allora dovrà propendere per quello esclusivo, scegliendo tra l’affidamento alla madre o al padre. Nel prendere una decisione il giudice deve valutare diversi fattori, ma la regola principale vuole che qualsiasi scelta sia motivata dalla tutela degli interessi del minore.

In quali casi il giudice concede l’affidamento condiviso alla coppia divorziata? Quando invece preferisce l’affidamento esclusivo della madre o del padre? Scopriamolo in questa guida dedicata all’affidamento del figlio in caso di divorzio.

Affidamento condiviso

Se il giudice rileva che nessuno dei due genitori si trova in una situazione tale da pregiudicare gli interessi del figlio allora applica la regola generale prevista dalla Legge 54/2006 scegliendo l’affidamento condiviso.

In questo caso sia la madre che il padre mantengono la responsabilità genitoriale sul figlio, adottando di comune accordo le decisioni di maggior interesse per il minore.

In caso di affidamento condiviso ogni genitore deve mantenere direttamente il figlio, contribuendo per il 50% alle spese sostenute per il mantenimento del minore.

Se ciò non è possibile, il giudice stabilisce che uno dei due genitori debba versare un assegno di mantenimento mensile. È sempre il giudice a stabilirne l’importo

L’affidamento esclusivo

Se invece il giudice – dopo aver fatto l opportune valutazioni – rileva che uno dei genitori non è adeguato per crescere il figlio e che l’affidamento condiviso provocherebbe un pregiudizio alla personalità del minore, allora applicherà l’eccezione alla regola decidendo per l’affidamento esclusivo dell’altro genitore.

L’affidamento esclusivo può scattare anche in un secondo momento, qualora uno dei due genitori si dimostri inadeguato per la cura del figlio. Per far sì che il giudice decida per l’affidamento esclusivo della madre o del padre devono verificarsi delle condizioni piuttosto gravi. Ad esempio:

• il genitore è una persona violenta e pericolosa;

• il genitore si trova in una situazione di disagio di tipo psichico e come tale è inadeguato per crescere il figlio;

• il genitore non si prende cura del figlio, venendo meno ai doveri di assistenza ed educazione;

• il genitore ha violato sistematicamente gli obblighi di cura e sostegno del figlio, ad esempio non pagando per diverse mensilità l’assegno di mantenimento;

• il genitore impone al figlio un credo religioso impedendogli un correto inserimento nella società;

• il genitore impedisce al figlio di vedere l’altro genitore, nonostante il giudice abbia disposto per l’affidamento condiviso.

In questo caso è il coniuge affidatario che ha l’esclusiva potestà sui figli ed è l’unico ad avere l’amministrazione e l’usufrutto legale sui propri beni.

I figli sono il bene più prezioso e l’unico gioiello che abbiamo messo al mondo …

La trappola di siti e social media

Riporto per intero i dati rilevati da Vittorio Rizzi investigatore della direzione anticrimine i dati sono allarmanti .

Il web è il primo bersaglio il predatore si maschera da persona perbene per adescare e poi agire.

Ragazze sedotte con modi gentili e poi diventate oggetto di una violenza selvaggia, oppure adescate via Internet grazie ai siti di appuntamento che troppo spesso si trasformano in una trappola infernale. Il messaggio di Vittorio Rizzi, investigatore di altissimo livello, che guida la Dac, Direzione anticrimine della polizia, è fin troppo esplicito: «Bisogna evitare ogni situazione di potenziale rischio. È importante sapere che sul web il soggetto predatore si maschera meglio grazie alle false identità e anche quando si svela lo fa in maniera subdola. Per questo non bisogna cedere alle lusinghe degli appuntamenti al buio».

L’esempio più eclatante è svelato dalle indagini che hanno portato in carcere l’imprenditore di Parma Federico Pesci, che con un amico pusher nigeriano ha sequestrato e stuprato per ore una ragazza di 21 anni conosciuta in chat.

Ma l’analisi delle denunce fa emergere come questa modalità di approccio sia in costante e pericoloso aumento.

Più di 2.300 violenze denunciate in sei mesi

È stato il prefetto Franco Gabrielli a imporre una politica di prevenzione che passa dalla protezione delle donne già al primo episodio di maltrattamento in famiglia e si sviluppa con un’azione affidata a gruppi investigativi specializzati. Una linea che sembra dare risultati concreti. Dopo un aumento costante e addirittura un’impennata delle denunce nel 2017, nei primi sei mesi del 2018 c’è stato infatti un calo pari al 15 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ma questo non basta a rassicurare, perché il numero dei reati rimane comunque altissimo. Sono 2.311 episodi denunciati con una media di 11 violenze al giorno. Ancora tante, troppe. E se si esamina il dettaglio della statistica si scopre che sono ancora moltissimi gli stupri compiuti tra le mura domestiche, sia tra gli italiani, sia nelle comunità straniere. Ecco perché uno degli strumenti ritenuti fondamentali nella prevenzione è il «protocollo Eva» (Esame Violenze Agite) che — come chiarisce lo stesso Rizzi — «nei casi di liti in famiglia consente di inserire nella banca dati delle forze di polizia (Sdi) le informazioni utili a ricostruire tutti gli episodi di violenza domestica che hanno coinvolto un nucleo familiare.

I poliziotti che arrivano sul posto sono dunque preparati al tipo di intervento da compiere, sanno se in passato qualcun altro ha dovuto compiere un intervento analogo, se qualcuno detiene armi o ha precedenti, se ci sono bambini coinvolti. E questo è fondamentale per far sentire al sicuro chi è gia stata coinvolta in atti violenti, per rassicurarla e convincerla a denunciare, comunque a chiedere aiuto».

173 minorenni hanno subito violenza

Da gennaio alla fine di luglio sono state 1.646 le italiane che hanno presentato denuncia e 595 le straniere, oltre a settanta di nazionalità ignota, per un totale di 2.311 donne. Tra i violentatori sono stati identificati 1.628 italiani e 1.155 stranieri con un’incidenza percentuale di questi ultimi sulla popolazione che certamente appare molto alta. Tra loro ci sono 176 romeni, 154 marocchini, 67 nigeriani, 58 albanesi e 56 tunisini oltre a 143 uomini di cui non è stato possibile accertare la nazionalità. E fa paura il numero di ragazzine sotto i quattordici anni che hanno subito violenza negli ultimi sei mesi: ben 173, tra loro 147 italiane. Una realtà ben delineata nel dossier preparato dalla Dac nel marzo scorso e relativo all’attività svolta fino al dicembre 2017. La relazione analizza proprio l’identità di vittime e carnefici, mettendo in evidenza gli aspetti sui quali bisogna intervenire in maniera ancora più efficace sia per la prevenzione, sia per la repressione.

Non a caso è proprio Gabrielli a sottolineare nella premessa la necessità di applicare la legge, ma anche alimentare «la rete composta da istituzioni, enti locali, centri antiviolenza, associazioni di volontariato che si impegnano ogni giorno per affermare un’autentica parità di genere, contro stereotipi e pregiudizi». «L’analisi dei dati — è scritto nel documento — mostra un andamento quasi costante nel tempo del numero delle violenze sessuali commesse, con un lieve aumento nell’ultimo biennio (+5%). Il novanta per cento chi subisce e è di sesso femminile. Rispetto agli altri delitti finora analizzati (omicidi volontari, atti persecutori, maltrattamenti in famiglia) l’età mostra incidenze diverse. Le cittadine italiane minorenni vittime di questo delitto sono oltre il ventuno per cento nel 2017. Un’analisi più approfondita delle denunce ha consentito di verificare i luoghi dove vengono principalmente commesse le violenze sessuali. A differenza degli altri delitti spia, la percentuale di autori di cittadinanza straniera è molto più alta, pur se comunque inferiore a quella degli italiani. Oltre il novanta per cento dei presunti autori sono cittadini maggiorenni, sia che ci si riferisca agli italiani che agli stranieri».

La circolare ai questori per attivare la «rete»

È stato proprio Rizzi a trasmettere una circolare ai questori che detta le regole di intervento. La linea nel rapporto con la vittima è chiara: «Fornire una completa e analitica informazione circa gli strumenti — amministrativi e penali — previsti dalla normativa di settore cui la persona offesa può accedere; prevedere, in seno agli uffici, dei criteri di priorità nella gestione dei procedimenti in materia che assicurino agli stessi una «corsia preferenziale» di trattazione; prendere in carico la vittima in ambiente idoneo attraverso personale altamente qualificato, capace di cogliere nella narrazione tutti gli episodi di violenza (o connotati da un coefficiente di pericolosità), ed evitare atteggiamenti di minimizzazione delle condotte esposte; rimanere in contatto costante con la vittima, anche successivamente al primo approccio, facendosi parte attiva nel mantenere i rapporti anche per acquisire ulteriori elementi informativi sull’evoluzione della vicenda esposta; attivare la rete antiviolenza per realizzare le più opportune forme di intervento integrato con servizi sociali e centri antiviolenza attivi sul territorio; attivare il Protocollo Eva». A questo si aggiunge l’attività della polizia postale guidata da Nunzia Ciardi che monitora il web e i siti specializzati proprio per proteggere in particolare le minorenni. Con un’attenzione particolare ai social che — come spiega uno degli analisti — sono apparentemente più rassicuranti, ma in realtà rappresentano uno degli strumenti maggiormente utilizzati per ingannare la propria preda e poi catturarla».

Fonte Corriere della sera

Comunicare in Famiglia

La comunicazione in famiglia è la chiave del successo. Un buon dialogo tra genitori e figli è indispensabile per prevenire o intervenire rapidamente se c’è un problema.

La mancanza di questa comunicazione nei casi più gravi può portare a conseguenze anche disastrose.

Ma qual è il segreto per impostare un buon rapporto comunicativo?

Secondo la dottoressa Rachel Andrews, psicoterapeuta e membro della British Psychological Society, è fondamentale impostare un ascolto trasversale: cioè non un dialogo frontale, ma parlare liberamente con i figli mentre si fa altro.

“In generale raccomando di  fare qualcosa insieme per circa 10 minuti al giorno. Ci sono tante attività che si prestano all’ascolto laterale: giocare (con i piccoli), cucinare, fare jogging o altri sport (con i grandicelli). L’obiettivo è rendere questo spazio un’abitudine fissa così i figli sapranno di poter contare su questo tempo esclusivo insieme a voi”.

Il consiglio è poi di lasciare che i bambini dirigano la conversazione, mentre i genitori si devono limitare all’ascolto. Si possono fare dei commenti, ma senza mettere in discussione quello che i ragazzi stanno raccontando. In questo modo si nutre attivamente il rapporto e si costruisce nel bambino la fiducia di poter parlare con i genitori di qualsiasi cosa, dai piccoli problemi del quotidiano alle situazioni più preoccupanti.”

Anche se ci viene raccontato qualcosa che ci sconvolge , manteniamo la calma , ed ascoltiamo .

Impariamo ad ascoltare perché il padrone, nei rapporti umani non esiste, non possiamo cercare di imporre qualsiasi, le nostre idee, non possiamo pensare che gli altri siano scemi perché non pensano come noi.

Il cervello è fatto per pensare , gli occhi per guardare la bocca per parlare.

Il cambiamento delle agenzie investigative

Il detective e la tutela della famiglia

Una volta una consistente parte dell’attività di indagine privata della Agenzia Investigativa riguardava soprattutto l’infedeltà coniugale. Il detective privato era incaricato di pedinare la moglie o pedinare il marito per coglierli in flagrante adulterio e ottenere prove fotografiche o prove video del tradimento matrimoniale. Oggi questo genere d’incarichi di sorveglianza matrimoniale si sono un po’ ridotti nel numero e nell’importanza dal punto di vista legale, ma rimane una forte componente emotiva di chi non riesce a lasciare il partner senza le prove dell’adulterio o di chi è ingiustamente accusato di gelosia paranoica dal fedifrago, sentendosi doppiamente vittima.

Inoltre l’attività che un investigatore privato può svolgere in ambito privato e familiare si è molto ampliato: è aumentata la richiesta di investigazioni a tutela dei minorenni, investigazioni per ottenere la custodia dei figli, operazioni per individuare e recuperare bambini sottratti dal coniuge (incremento dovuto alle coppie miste), interventi per tutelare familiari anziani da truffe e raggiri da parte di cacciatori di eredità (incremento dovuto all’aumento di anziani bisognosi di assistenza tramite badanti), verifica abusi o maltrattamenti sui figli, quando questi sono affidati alle cure di terzi, come baby-sitter, educatori, ecc. Indagini a tutela della famiglia sono anche quelle per monitorare comportamenti autodistruttivi dei familiari con alcol, droga, gioco d’azzardo, poiché ludopatia, alcolismo e dipendenza da droghe portano alla disgregazione dei rapporti familiari, oltre che all’autodistruzione. Infine, si tengono presenti sempre più fattori per determinare gli accordi economici nelle separazioni e divorzi. E le prove raccolte da un investigatore privato aiutano il Giudice nelle sue decisioni.

Si può dire che il moderno detective privato sia passato dall’essere un semplice investigatore matrimonialista a un investigatore familiare, o meglio un investigatore privato delegato alla tutela della famiglia in tutti quei frangenti in cui sia determinante conoscere la verità tempestivamente e ottenere le prove di come stiano veramente le cose.

Siamo diventati dei veri e propri consulenti anche per il controllo dei figli e delle loro frequentazioni trovandoci a volte a dover comunicare con loro sostituendoci ai loro genitori, perché il nostro linguaggio è molto più Smart .

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